Stupito ti guarderò, voci e dolce canto
Come dal tempo andato udirò e accordi,
E liberato nell’aure
s’alzerà in volo di fiamme lo spirito in noi.
– friedrich holderlin –
in codesto borgo,
assolato,
arroccato
tra il limite del cielo e il fondo della terra,
in codesto borgo assediato
da orridi
cattedrali
pecunie
disarmati innamorati
e altri confini di sciocchezze
e muri maestri a cui resistere,
v’è una stazione nuova da dove
più non ne partono di treni,
e prati coltivati ad erba malandrina
dove il tuo spirito impudico, può vagabondare.
vi trovi la serpe che ti morse la mano
che le tendevi dalla porta dell’osteria,
tra un vico ed una piazzetta
vi si dipanano gomitoli di silenzi intrecciati,
vi gironzola l’orma sfuggente di un gatto
tra un passero e un topo sereni indecisa,
sotto una vecchia panchina accovacciato
sta
un vecchio asino dalle ginocchia stanche,
colmo di meraviglia il suo cappello,
nella sua camicia di flanella,
guarda il Cielo
al Cielo sorride
sorride e tace,
sopra il legno di un glorioso ulivo
ci trovi inciso da un carnefice di passaggio
“Viva la Vita”,
speranza, imperativo.
lungo il viale c’è una cascata,
ci vivono stormi di bambini
tra cinguettar di festa e trilli di campane.
ci sta su un logoro scalino
nei dintorni di un cantone
un quaderno sgualcito fino allo strappo,
lo abbellisce una calligrafia regale
scritta da un uomo senza le dita.
conosce Parole
che sanno parlar con Dio
dell’allegria del vivere.
del tuo io, tra le viuzze di questo borgo mio,
puoi godere l’oblìo.
un borgo ospitale
a cui d’amore puoi fare male.
nel camino d’una stanza da letto
troverai il fulmine del fuoco
che illumina e incenerisce,
e l’ombra incerta e dubbiosa
che a notte sa la luna.
scaraventato in un angolo buio
guarda, guarda il letto costruito dove pensasti
fosse su questa terra l’improbabile paradiso,
su cui pensavi di essere al sicuro,
ora giace nel tarlo di se stesso e l’amore
sembra aver perso la dolcezza e il verso;
sali ordunque su queste piccole mie spalle,
andiamo assieme a consumar la Vita,
saran solo un cuscino,
lieto ti sarà il cammino
tra le stanze di questo borgo mio.
chè le foglie non dovrebbero mai cadere,
nè un bimbo intento a vivere
dovrebbe mai esser richiamato.
tra i ruderi di un sagrato poggiato sta un vangelo,
il titolo sulla copertina dice “Tranquillo”.
puoi intuire tra la boscaglia
che del borgo delimita le essenze,
della felicità la pianta,
e dell’amore
per propria natura disobbediente all’ordine,
le lussureggianti intessute fronde,
se hai occhi buoni per capire la fortuna,
occhi che il gaudio a prima vista
san confessare.
v’è un albero carico di limoni,
quasi Dio godesse a farsi vedere.
potresti nel borgo
trovar persino abbarbicato su un palo
un gatto obbediente ma certo l’hai perso,
il tuo indugiare è arrivato tardi,
è già scappato ieri.
ti si aprirà il sogno,
in una casa senza porta
lascerai schiantarsi il palcoscenico del teatro,
cadere i copioni, e sciogliere
la consueta biacca.
se scendi al torrente mi farai compagnia
senza malinconia,
quasi vecchio quasi ragazzo,
tra acqua che tracima ed una secca,
irriducibile
corteccia di tronco
mi vedrai affogare,
mi vedrai annaspare,
mi vedrai nuotare,
nel mio Nome immutabile.
nei miei jeans durati la vita.
in questo borgo sconosciuto
veleggia ciò che sono e che sono stato,
ciò che di essere ho creduto
e ciò che di me non osai credere,
gonfie le vele di emozionanti venti
del porto intravedo l’intramontabile faro,
seguo la via, e ancora mi sorprendono
bizzarre correnti, e i vicoli stretti
del solitario borgo in cui
lasciai impresse anima e suola
e la meraviglia effimera d’averle consumate,
e il senso impervio e improprio
d’averlo abitato,
stupito, attonito d’esserci stato.

alfabeto, parole,
un capitolo, il possente libro,
e la rivelazione terminò.
Ma negli occhi dell’altro
ciascuno contemplava un’ignoranza
divina, ancora più che nell’infanzia;
l’uno all’altro, fanciulli,
tentammo di spiegare
quanto era per entrambi incomprensibile.
Ahi, com’è vasta la saggezza
e molteplice il vero!
– emily dickinson –


